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Parigi un mese dopo la strage

E’ passato un mese, e Parigi è diventata una città blindatissima che convive col terrore e, soprattutto, con il sospetto. Dal quel tragico 13 novembre, la città più romantica del mondo, è sotto assedio: basta un rumore un po’ più forte in metrò, che tutti s’inquietano e si guardano intorno diffidenti. Continui falsi allarmi. E, così, capisci cosa vuol dire vivere in tempo di guerra in una città vulnerabile e sotto attacco, in balia di spietati terroristi.

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Il nemico diventa ogni giorno più insidioso: non viene da terre lontane come si vorrebbe credere, ma è cresciuto lì, in seno ad una Francia che per anni e anni ha accolto tutti, senza distinzioni di razza nè di religione.

Nonostante questo, in città non si vedono cortei anti-immigrati o raid razzisti: tutto continua come prima, anche se l’istinto di guardarsi attorno per vedere chi siede accanto a te nei trasporti pubblici, nei ristoranti o nei bar, non manca.

C’è, però, il rischio per molte attività di dover chiudere: molti turisti ha disdetto le prenotazioni, e le strade sono deserte. Tra Saint Germain des Pres e Saint Suplice di solito affollatissime, non si vede nessuno, solo sporadici passati a passo svelto.

I negozi sono vuoti, si ha difficoltà pure a fare la spesa in un supermercato: ci si sente minacciati e vulnerabili. Hollande esorta il suo popolo ad esser fiducioso: Parigi è sopravvissuta a due guerre mondiali e supererà anche questa, nonostante adesso si possa morire per il solo fatto di andare ad un concerto.

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